Binge Eating: quando il cibo diventa un problema

Siamo ai primi mesi dell'anno. E' finito il periodo delle vacanze natalizie dove le abbuffate fanno parte della tradizione. Tutti ora a dieta, a recuperare il peso perduto e a mangiare sano. Abbiamo scelto di parlare di un disordine alimentare: perché? Per imparare a conoscerlo anche in un colloquio di counseling e indirizzare il nostro cliente ad altro professionista. E' un disturbo infatti sempre più diffuso e difficile da riconoscere.

Binge Eating significa letteralmente "abbuffata di cibo". In inglese questo disturbo viene definito BED (Binge Eating Disorder).

E' diverso dalla bulimia e dall'anoressia anche se è sempre un disturbo alimentare che colpisce donne e uomini ma che a volte è difficile da riconoscere. Potrebbe succedere infatti che nelle nostre sessioni di counseling il cliente ci racconti qualcosa sul suo rapporto con il cibo ma che non riusciamo a coglierne il reale disturbo. Sì, perché a quanti non è capitato almeno una volta di mangiare tanto? Magari anche di stare male per aver esagerato a tavola. Crediamo quasi a tutti. Ma quando possiamo parlare di BED? E quindi allarmarci e indirizzare il nostro cliente ad altro professionista? Vediamo alcune caratteristiche.

Chi soffre di BED si abbuffa di cibo almeno una volta alla settimana per un tempo minimo di 3 mesi. Questi sono i primi parametri ai quali prestare attenzione.

Gli episodi di abbuffate compulsive sono associati ad almeno tre dei seguenti caratteri:

Mangiare molto più rapidamente del normale;

Mangiare fino ad avere una sensazione dolorosa;

Mangiare grandi quantità di cibo pur non sentendo fame;

Mangiare in solitudine a causa dell’imbarazzo per le quantità di cibo ingerite;

Provare disgusto di sé, intensa colpa o disagio dopo aver mangiato troppo.

Ma quali sono i motivi per cui ci si abbuffa?

Placare l'ansia, la tristezza o altre emozioni negative. Principalmente sono queste. Gli studi hanno rilevato che le persone che soffrono di Binge Eating sono spesso dotate di bassa autostima, hanno scarsa fiducia in sé o sono perfezioniste. Possono essere persone impulsive, e con la tendenza a vedere il mondo per estremi “o bianco o nero”. La scarsa consapevolezza di stati d'animo ed emozioni sperimentate le portano a cercare nel cibo, specialmente dolci e alimenti ipercalorici, la giusta compensazione e il benessere tanto cercato. Il cibo infatti, soprattutto quello ricco di zuccheri, favorisce la produzione di serotonina, agendo come un antidepressivo naturale.

Assomiglia alla bulimia? Sì per certi versi, ma il binge eating è in realtà molto diverso. Perché? Perché la persona non si interessa del peso e della propria immagine. Il cibo rimane tutto trattenuto nel corpo. La persona bulimica, dopo l'abbuffata, ricorre al vomito per espellere tutte le calorie ingerite perché consapevole che può ingrassare e comunque preoccupato delle conseguenze che l'abbuffata avrà proprio sul peso. Il BED invece non porta a questa preoccupazione: il malumore o il senso di colpa dopo l'abbuffata si ferma lì: la persona continua a mantenere il proprio peso corporeo (che generalmente è caratterizzato da un sovrappeso), continua a non introdurre abitudini sportive e movimento e a preferire il divano o le attività sedentarie.

E' chiaramente un disagio ciò che la persona sta vivendo che può manifestarsi non solo in casi di bassa autostima ma anche, per esempio, quando ci sono problemi interpersonali (sul lavoro o in famiglia). A volte la persona che soffre di BED trova una sua "affermazione" proprio grazie alla sua fisicità, alla sua presenza fisica.

Il BED è pericoloso anche in termini di salute fisica perché porta all'obesità e a tutti gli altri problemi correlati: pressione alta, diabete, problemi cardiaci...

Come fare quindi in un colloquio di counseling? Se siamo di fronte ad un cliente fisicamente in sovrappeso e che manifesta una bassa autostima, una scarsa consapevolezza delle proprie emozioni, scarsa fiducia in sé o comunque un'attenzione eccessiva al proprio o altrui corpo, con molta delicatezza si può indagare il suo rapporto con il cibo e se si rileva qualche comportamento sospetto indirizzare la persona ad un nutrizionista o a un dietologo in primis ed eventualmente ad uno psicoterapeuta.

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