Un caso pratico di counseling. Carla al lavoro: relazioni, autostima e immagine di sé.

Aggiornato il: giu 18

In questo post vi raccontiamo un caso di counseling concreto che risale a qualche anno fa ma che può offrirvi un esempio di come lavora un counselor.


Carla, una cinquantenne dinamica, intelligente e molto efficace sul proprio lavoro, intraprende un percorso di Counseling a seguito di un corso di formazione commissionato dall'azienda in cui lavora, una società di servizi. Carla è team leader di un call center composto da una trentina di donne e ottiene quasi sempre risultati brillanti. Durante il corso sulla leadership si è accorta di agire alcuni comportamenti disfunzionali che le creano qualche preoccupazione anche nella vita privata.

I primi due colloqui (successivi a quello effettuato per creare il contatto e per capire se effettivamente un percorso di counseling poteva essere utile a Carla) sono stati strutturati dal Counselor sull'accoglienza, l'instaurazione di una relazione di fiducia e la reciproca conoscenza. Si è scelta la modalità non direttiva, l'empatia e l'utilizzo della riformulazione.

Carla incarna lo stereotipo che vuole la donna perfetta a casa e nel lavoro: un ruolo che si è data lei, come spesso succede. Nessuno lo chiede: è lei che si sente in dovere di farlo. "Ho perso il papà quando avevo 13 anni e siamo rimaste sole io, mamma e mia sorella di 9 anni. Ho dovuto ben presto fare qualcosa."

"Ti sei sentita in dovere di aiutare tua madre" "Eh sì, lei doveva lavorare tutto il giorno fuori casa per mantenerci, quindi è chiaro che io dovevo seguire mia sorella. Mia madre non poteva fare anche quello...già faceva tanto per noi!"

"E quindi ti sei data da fare..."

"Sì, facevo in modo che a casa fosse tutto a posto. Sistemavo, aiutavo mia sorella a fare i compiti, studiavo e cercavo di risolvere le piccole cose da sola in modo tale che mia madre non avesse altre preoccupazioni."

"Anche sul lavoro tutto deve sempre filare liscio. Alle mie ragazze dico sempre che devono dare il massimo per ottenere la soddisfazione del cliente. Il mio team deve essere il migliore. Lo dobbiamo all'azienda."

Dai primi incontri emerge che la storia di Carla l’ha resa un giudice implacabile verso se stessa: tutto deve essere perfetto, tutti devono vedere quanto lei sia brava e in grado di provvedere a tutto. Anche oggi a casa continua ad essere un punto di riferimento per la sorella (anche se tutte e due sono sposate, hanno dei figli e vivono con le rispettive famiglie), sul lavoro deve essere una buona leader, l’esempio da seguire, il modello cui aspirare: non si permette un errore. Non si permette l’errore, non accetta un feedback negativo. Dice: “Sto male! Adesso ho un capo nuovo, mi piace, è in gamba. Devo fare bella figura con lui. E invece, la settimana scorsa, durante un colloquio di aggiornamento, mi ha detto che quando faccio un commento sul lavoro lo faccio in maniera polemica.” “E che cosa significa per te questo? Cosa ti fa star male esattamente?” “Io faccio commenti per migliorare la situazione. Se è polemica, quella che faccio, vuol dire che io sono una persona distruttiva, negativa… Mi rodo il fegato, mi arrabbio e sbarro gli occhi. Io non posso essere distruttiva.”

Durante gli incontri successivi, il Counselor ha lavorato sulla consapevolezza di Carla, sul suo modo di costruire le relazioni, sulle convinzioni che si era creata e che continuava a creare che altro non erano che deformazioni della realtà. Il dialogo interno di Carla infatti la portava a credere che qualsiasi commento o critica arrivasse, era in realtà un messaggio di una sua inadeguatezza: "Se non ricevo una critica positiva significa che sono sbagliata, imperfetta, che non vado bene". Si è lavorato quindi su casi concreti, con assegnazione di compiti per accelerare la presa di consapevolezza e l'allenamento a scoprire altri punti di vista. Carla infatti tendeva a decodificare la realtà (come facciamo tutti, del resto) in base alla propria visione del mondo senza però lasciare aperta una possibilità per una decodifica diversa.

Carla, nel tempo, comprende che il suo desiderio di perfezione (che lei si impone e impone anche agli altri) la porta ad avere problemi ad accettare le critiche: un commento come quello fattole dal suo capo (formulato a suo dire in modo molto rispettoso e "quasi neutro") su un comportamento, è diventato per esempio la sua identità. “Sono distruttiva.”

Le domande fatte durante gli incontri sono servite per individuare la leva per spostare il punto di equilibrio ormai consolidato in Carla.

“Che cosa pensa di te il tuo capo quando continui a proporre soluzioni?”

“Hai lo stesso atteggiamento anche con qualcun altro?” “E che cosa pensa?”

“Che cosa pensano di te le tue collaboratrici?”

Emerge che Carla attua gli stessi comportamenti con sua madre (“ma mia madre non cambia valutazione su di me…è mia madre, mi vuole bene e quindi deve accettare i miei difetti”). Le collaboratrici la stimano comunque perché sanno che lei sta facendo il suo lavoro. Il suo capo invece non può fare altro che non stimarla e di conseguenza cambiare nel tempo, e in peggio, la sua valutazione su di lei. In Carla si è creata la convinzione che solo con chi la stima o la ama può permettersi di essere se stessa perché queste persone la "perdonano" sempre; le persone, come il suo capo, invece, che non sono legate a lei da nessun tipo di relazione minimamente affettiva, non possono che vedere i suoi lati meno belli come degli enormi difetti (e avere ragione!).

Si è lavorato quindi sul significato di “essere polemica” ristrutturandone il significato: “essere polemica” può corrispondere a “fare una critica costruttiva”, magari cambiando la comunicazione analogica (il paraverbale di Carla è sempre aggressivo e stizzito -lo è anche nei colloqui di counseling quando il Counselor prova a fare altre ipotesi, a dare altre chiavi di lettura- lo è, anche quando si tratta di proporre miglioramenti: “la stizza mi esce perché voglio che le cose siano fatte bene, noi lo possiamo fare…è una stizza nei miei confronti non certo verso gli altri…”). Carla non ha la consapevolezza di come questi pensieri non solo non siano manifesti agli altri (sono suoi pensieri non dichiarati) ma possano effettivamente cambiare il suo modo di comunicare, creando una modalità comunicativa non sempre funzionale. Nel tempo, e aiutando Carla a "guardare" la realtà anche sotto altri punti di vista, qualcosa è cambiato nella sua consapevolezza: “se anche avessi comportamenti polemici non sarei una persona distruttiva. Se le mie collaboratrici non cambiano idea su di me "quando faccio la polemica", è possibile che anche il mio capo non cambi la sua valutazione su di me.”

Abbiamo aperto una possibilità.

Il lavoro sui nostri lati ombra non è facile: accettare le parti più scomode, quelle che non ci piacciono richiede fatica. L’autostima significa amore per se stessi, anche quando, come nel caso di Carla, facciamo i polemici. Carla con il tempo ha imparato a lasciare andare, a fermarsi a riflettere prima di andare dritta alla conclusione e a valutare altre possibili conclusioni. Questo l'ha portata non solo ad accogliere il suo lato polemico ma ad accettare di non essere perfetta. E le relazioni sono diventate più "morbide": con questa nuova convinzione è riuscita a"smussare" anche il suo paraverbale. Non sentendosi più attaccata, la sua aggressività è venuta meno.

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