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La paura è coraggio in movimento

La paura è una delle emozioni primarie. Come affrontarla? Quante tipologie di paura ci possono essere? E soprattutto...il Counselor come può aiutare un cliente con le sue paure? A queste domande ha risposto Maria Gabriela Zanichelli una delle nostre neo counselor

2019, primavera inoltrata. In E-Skill fervono i preparativi della nuova edizione della Scuola di Counseling: le selezioni sono aperte e si macinano colloqui e Open Day.

In agenda un nome, Maria Gabriela Zanichelli. Ha fissato un incontro per approfondire alcuni aspetti del percorso e valutare una possibile iscrizione.

Gabriela si presenta puntuale: è silenziosa. Ci trasmette immediatamente calma e forza: non sappiamo perché, non le abbiamo ancora parlato. Ma il suo silenzio parla per lei. Gabriela è silenziosa non solo perché parla poco e ascolta molto, ma è silenziosa anche nei movimenti...non fa rumore Gabriela, è morbida, calma e tranquilla.

Iniziamo il nostro colloquio con le domande di rito e poi sempre più approfondite: vogliamo capire qual è l'interesse di Gabriela che la spinge verso il Counseling.

La risposta è semplice: è arrivato il mio tempo, voglio pensare a me, ne ho bisogno.

E dalle motivazioni lavorative (voglio acquisire strumenti per relazionarmi con le tante persone che incontro quotidianamente e che devo gestire) si passa ad altro...motivazioni personali.

Dietro "quel voglio pensare a me" di Gabriela c'è un mondo di forza, di dolore, di stabilità, di silenzi e rielaborazioni che si svelano piano piano. Gabriela si affida e racconta. E ci commuove.

Un colloquio lungo, che ha lasciato il segno in chi scrive e che ancora oggi a distanza di tempo, ricordiamo quasi minuto per minuto, parola per parola.

Gabriela ci ha sempre trasmesso un unico messaggio: sono una donna coraggiosa. Il coraggio ha caratterizzato, secondo noi, tutte le scelte, i commenti, le riflessioni, le confidenze, le sfide che Gabriela (e la vita) le ha presentato. E così stupisce che abbia scelto di parlare di paura nella sua tesi, Gabriela che per noi equivale a coraggio. Ma forse, come dice qualcuno, il coraggio è paura in movimento.


D. Gabriela, la tua tesi è una dissertazione su un saggio, non tradotto ancora in italiano, dello psicologo tedesco Riemann intitolato "Le forme primarie della paura". Ci racconti quali sono queste paure secondo l'autore?

R. Riemann, analizza la paura, nelle sue varianti, riconducendole a quattro forme di paura, che egli definisce “Le forme primarie della paura”:

● La paura del darsi, vissuta come perdita dell’io e dipendenza.

● La paura dell’autorealizzazione come individualizzazione, vissuta come insicurezza e

isolamento.

● La paura del cambiamento, vissuta come fugacità ed insicurezza.

● La paura della necessità, vissuta come definitiva e mancanza di libertà.

Secondo l'autore, quindi, queste quattro paure creano in noi richieste/desideri antinomici tra loro: essere unici, ma donarsi alla vita, desiderio di stabilità e di continuità e desiderio di cambiamento e novità.

La paura può farci ammalare se supera un certo livello, se dura troppo a lungo o se ci troviamo confrontati con essa in un momento di fragilità, nel quale ci mancano le risorse e gli strumenti necessari per affrontarla .

Esistono diverse situazioni di fragilità dove i nostri limiti di tolleranza della paura possono venire superati: l’infanzia, una malattia grave, una situazioni con un alto carico di stress come una situazione di violenza domestica, una separazione, un lutto. La paura ci scava un vuoto dentro che non siamo in grado di affrontare. Se siamo molto fortunati abbiamo alle nostre spalle una storia personale ed un ambiente favorevole che possono guidarci, ma non sempre è così. Cerchiamo quindi di contenere questo sovraccarico emotivo adottando delle strategie, dei modi di stare nel mondo, come li definisce Riemann, che ci permettano di sopravvivere.

Riemann riflette su come queste forme primarie della paura definiscano quattro personalità, che presentandosi singolarmente o in una commistione di più elementi, sono “un modo di essere nella vita”.

Ecco come Riemann definisce le quattro personalità:

● la personalità schizoide;

● la personalità depressiva;

● la personalità ossessiva;

● la personalità isterica.


D. Una parte del tuo tirocinio l’hai svolta in un centro antiviolenza: quali sono le difficoltà che hai incontrato e quali abilità di counseling hai dovuto agire per superarle?

R. Nel corso della mia esperienza di tirocinio, svolto presso il centro antiviolenza CADMI (Casa delle donne maltrattate di Milano), ho avuto la possibilità di partecipare a numerosi colloqui con donne che avevano contattato il centro con richieste di aiuto e di ascolto delle loro storie. Nei loro racconti, emergeva un comune denominatore: la paura. La cosa più sorprendente, tuttavia, è che la paura della minaccia fisica veniva sovrastata dalla paura del cambiamento e del baratro di solitudine nel quale sarebbero cadute per uscire dal tunnel di violenza e di soprusi nel quale, involontariamente o inconsapevolmente, erano entrate. Abbandonare quella situazione penosa, ma conosciuta voleva dire affrontare da sole la vita, venire, talvolta, estromesse dalla famiglia biologica e, in certi casi, dall’intera comunità. Non accettando la violenza per mettersi in salvo, erano costrette ad abbandonare la loro quotidianità per entrare in un mondo libero, ma sconosciuto. Posso parlare, naturalmente, solo per quelle donne che sono passate attraverso il centro e hanno accettato, talvolta solo in parte, l’aiuto offerto, e non di quelle che, ancorate alla loro quotidianità, pur avendo coraggiosamente sporto denuncia, sono rimaste vittima delle violenza, non sufficientemente supportate e protette dalle istituzioni. “Sospendere il giudizio”. Questa frase, sentita innumerevoli volte durante le lezioni, si è rivelata un atteggiamento indispensabile per operare come counselor in quel contesto. Sentivo la necessità di accogliere tutto quel dolore e le emozioni che si scatenavano nelle donne maltrattate nel prendere atto di quanto era accaduto per riuscire a dargli un nome: violenza. Io sento che questo atteggiamento di pura accoglienza e validazione delle emozioni, sul quale abbiamo molto lavorato durante le lezioni e le simulazioni fatte durante il corso, è una parte essenziale del mio lavoro come counselor. Si tratta di un lavoro estremamente importante, per permettere alle donne di valutare con chiarezza il pericolo nel quale si trovano e poter concordare con loro le strategie necessarie per affrontare nell’immediato la situazione. Il messaggio fondamentale che desideravo e che penso di aver trasmesso alle donne maltrattate, ma anche ai clienti che si sono rivolti allo sportello di counseling, è “da questo momento non siete più soli”.


D. Nel tuo percorso triennale di counselor, qual è stata la tua paura più grande e come l’hai affrontata?

R. Il percorso di counselor mi ha tolto in realtà molte delle paure che appesantivano la mia vita. L’impegno messo nell’affrontare il percorso mi ha portato una nuova consapevolezza e mi ha mostrato che il cambiamento, anche se fa paura, è un passaggio che possiamo affrontare. Una vita diversa, se quella che conduciamo non ci va bene o ci sta stretta, è possibile.

Guardare dentro se stessi è sempre un un’incognita che fa paura, ma è un viaggio dal quale, una volta intrapreso, non c’è ritorno.

La “paura” oggi, nella mia contabilità emotiva, è una sfida da affrontare, con la consapevolezza che anche nel buio più profondo si può cercare uno squarcio di luce.


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