Il vaso di Pandora: un caso di counseling

Aggiornamento: 23 apr

Torniamo con il counseling agito presentando un delicato caso che ci ha dato la possibilità di collaborare anche con altre figure professionali.


Pandora si presenta da noi dicendo che sta vivendo un periodo non proprio sereno con il marito e che la sta mettendo in difficoltà.

Iniziamo a parlare per capire meglio che cosa significa difficile.

Pandora parla lentamente, in un modo misurato e ci racconta del suo matrimonio: un'unione felice che è iniziata quando sia lei che il marito erano molto giovani. Si sono conosciuti in Sudamerica (sono ambedue di un paese sudamericano che per questione di privacy non citiamo), si sono sposati e poi hanno deciso di trasferirsi in Italia.

Lavorano ambedue, lei come operatore sanitario e lui come magazziniere. Una vita tranquilla che vede anche la nascita di un bambino che ora ha 2 anni.

Le difficoltà che racconta Pandora sembrano essere usuali problemi di comunicazione tra coniugi legati anche ad un periodo di grande fatica lavorativa. Tutti e due infatti lavorano su turni, a volte non si incrociano nemmeno in casa e un bambino di 2 anni è decisamente impegnativo.

Decidiamo, dopo il primo incontro, di proseguire con il percorso e di focalizzarci sul potenziamento delle risorse comunicative di Pandora e sulla comprensione di che cosa porta a quello che sembra una momentanea incomunicabilità.

Pandora accetta e ci ringrazia calorosamente: aveva bisogno di essere ascoltata.

Qualcosa però nel colloquio intercorso "suona" un po' strano, soprattutto quell'eccessivo ringraziamento per il nostro ascolto e per la sensazione che ci portiamo dentro sulle difficoltà dichiarate da Pandora. Ci sembra che ci sia dell'altro.

E' abbastanza normale che le persone non manifestino subito il reale problema, lo sappiamo. Ne prendiamo quindi mentalmente nota e ci ripromettiamo di andare più a fondo nel secondo colloquio.

Dopo 10 giorni, a sorpresa, Pandora chiede di anticipare il colloquio prefissato: al telefono è turbata e dice di avere particolare urgenza di parlare con qualcuno. Ha bisogno di aiuto. Ci torna in mente la strana sensazione provata durante il primo colloquio e riteniamo che sia veramente un'urgenza. La sensazione ci accompagna fino alle 18 quando la riceviamo: a quell'ora è già uscita dalla casa di riposo dove lavora e l'educatrice al nido le ha garantito la presenza con il suo bambino fino alle 19.30. Abbiamo tutto il tempo a disposizione. Non ci sbagliavamo: qualcosa di grave è accaduto.

Pandora è agitata e tremante, decisamente scossa. Ci ringrazia per aver anticipato il colloquio e si mette subito a sedere di fronte a noi con un lungo e profondo sospiro. Percepiamo la sua sofferenza, ci accomodiamo anche noi e optiamo per il silenzio.

In un colloquio di counseling il silenzio è un importante strumento per entrare in relazione con l'altro. Gli si dedica spazio e tempo per riordinare le idee, per scegliere le parole, per elaborare ciò che vuole o ha bisogno di dire.

Cinque minuti di silenzio in cui Pandora, sguardo fisso nel vuoto, pensa e piano piano iniziano a scendere le lacrime. Sempre in silenzio, allunga un foglio e ci invita, con un gesto della mano, a leggerlo. I suoi occhi ci dicono che non riesce a farlo lei.

Prendiamo il foglio, un A4 piegato a metà: lo apriamo e leggiamo...E' il verbale di una denuncia che la stessa Pandora ha sporto alla Polizia dopo un litigio con il marito.

Ciò che leggiamo è agghiacciante: la descrizione minuziosa di un'aggressione, espressa in un burocratese che stona con la minima empatia, subita da Pandora che si è conclusa con una caduta dalle scale e la conseguente perdita del bambino che Pandora portava in grembo.

Soffriamo nel leggere il verbale: sentiamo ad uno ad uno sulla nostra schiena e sulla nostra pancia ogni singolo gradino. Siamo sulla scala con Pandora.

La guardiamo, in silenzio, dritta negli occhi. Pandora piange. La prima a parlare è lei. Sai cosa mi hanno detto i poliziotti quando li ho chiamati a casa? Dai, fate pace, è un litigio normale. C'è qualcosa di normale in tutto questo? Il giorno dopo sono andata al pronto soccorso e ho avuto un aborto. E' normale? Io credo di no.

Ci aggrappiamo a questo io credo di no: Pandora è forte, ce la può fare, non è la classica vittima di violenza domestica, non giustifica il coniuge...lo condanna.

Il resto del colloquio si concentra sull'accoglienza di Pandora, sull'accettazione del suo dolore per la perdita del figlio, sulla sua volontà di allontanarsi dal marito prima possibile e sì...le difficoltà sono ben più profonde di quanto ci avesse raccontato la prima volta, ma le mani addosso non le può sopportare.

Nel dolore è molto pragmatica. Ma è anche spaventata: per il suo futuro, per le questioni burocratiche, per la tutela del figlio e per la paura che suo marito possa prelevare il bambino e portarlo in Sudamerica. Questa è la parte che la angoscia di più.

Decidiamo di comune accordo di affidarci all'Ambasciata del suo paese per ottenere il supporto legale in una questione così delicata e dopo altri due incontri, in cui l'abbiamo affiancata nella gestione dei problemi più pratici (la relazione con le educatrici dell'asilo nido, il legale dell'ambasciata, la strategia comunicativa con il coniuge dopo l'allontanamento...), l'affidiamo ad uno psicoterapeuta che la prende in carico e l'accompagna per il resto del percorso.

Un caso toccante che ha dimostrato come sia possibile, anche per un counselor, contribuire in parte alla soluzione del problema e alla collaborazione con altre figure professionali senza sovrapposizioni o abusi di professione.

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