La risonanza nel colloquio di counseling: il Guido-pensiero

Aggiornamento: 13 dic 2021

Oggi vi presentiamo il lavoro di Guido Battistini che ad ottobre 2021 ha discusso la sua tesi di counseling atta a dimostrare come la risonanza possa offrire vantaggi e svantaggi al counselor quando la incontra nel racconto del cliente.


Guido si è presentato durante uno dei nostri Open Day nella primavera del 2018: curioso e incuriosito dal percorso di Counseling. Durante quell'aperitivo in cui presentavamo il nostro percorso, ci ha letteralmente subissato di domande. Voleva (giustamente) capire che cosa avrebbe studiato per ben 3 anni. La sua anima da legale (è laureato in giurisprudenza) lo spingeva a cercare una verità? Non lo abbiamo mai saputo! Sicuramente Guido cercava trasparenza e professionalità: valori per lui importanti che ha messo in campo anche come studente, in aula prima e nel tirocinio poi. Ed è proprio il frutto del suo tirocinio, che ha descritto nella sua tesi finale affrontando la risonanza che colpisce tutti i counselor prima o poi e che ha vissuto anche lui. Risonanza che può risultare problematica per il professionista se non gestita. Ma ascoltiamolo in questa breve intervista finendo come abbiamo iniziato: con delle domande. Solo che stavolta le domande le abbiamo fatte noi. :-)


D. Guido, la tua tesi parla di risonanza, un tema delicato e poco trattato nei testi di counseling. Ci spieghi che cos’è la risonanza e perché hai scelto questo tema?

R. Possiamo dire, in modo molto semplice, che la risonanza è quel fenomeno che possiamo riconoscere immediatamente con le parole “è capitato anche a me” o “anche io”, che si sviluppa all’interno del colloquio di counseling. Inizia quando le parole del cliente vanno a toccare e stimolare le corde emotive del Counselor: se non gestita, la risonanza può creare un' immedesimazione profonda che devia l’attenzione del professionista facendogli perdere la sospensione del giudizio, l’oggettività e la capacità di essere uno specchio imparziale per il cliente. Viceversa se il professionista riconosce consapevolmente la risonanza, essa diventa provvidenziale perché gestita e risolta, mostra funzionalità al professionista e alla relazione d’aiuto, ricentrando il proprio ruolo, le proprie competenze e di conseguenza supportando il percorso del cliente. Certamente la risonanza è sempre “patita” dal counselor, ma altrettanto non va mai rifuggita perché un' importante risorsa.

Ho voluto trattare della risonanza perché all’interno della relazione d’aiuto del counseling, il cliente è sempre al centro e tutto è proiettato su di lui, ma come il professionista arriva in quella relazione, ci sta, ascolta, conduce, guida, prende le distanze, si avvicina, accoglie, accompagna, conclude, saluta e a sua volta continua nelle relazioni, non è mai argomento di discussione. Quindi ho voluto dar voce a questo percorso silenzioso che noi tutti viviamo. Certamente è un tema delicato ed infatti non si trova molta letteratura sulla risonanza, ma approfondendo l’empatia, addentrandosi nel tirocinio con l’occhio vigile della supervisione ed infine, la compagnia di autori come D. I. Yalom, l’argomento pur restando delicato e personale, diventa interessante e diffuso come un viaggio, con mete sempre nuove.


D. Quali consigli daresti ad un counselor alle prese con una forte risonanza?

R. Innanzitutto riconoscersi persone e quindi come persone abbiamo emozioni e sentimenti che ci nutrono e ci sostengono, di cui averne consapevolezza. Poi saper distinguere tra le proprie emozioni e il resto che accade durante il colloquio. Siamo anche professionisti e nella nostra professione avere consapevolezza di chi siamo, come funzioniamo, come ci muoviamo, aiuta a sviluppare la nostra postura, il nostro stile in equilibrio con lo sviluppo del cliente. Senz’altro è necessario anche coltivare l’empatia e un proprio "setting" (anche mentale), attraverso la sperimentazione continua di teoria e pratica, con strumenti propri ed adeguati, provenienti dal bagaglio di studio e di tirocinio. A me hanno fortemente aiutato ancoraggi ed esercizi pre e post colloquio per centrarmi sul qui e ora e rimanere presente. Ricordiamo che occorre prendersi il proprio tempo per prepararsi: il volume o le immagini, o altro delle risonanze, che comunque accadono, possono trovarci pronti o distratti... Spetta a noi trasformare il “patito” in risorsa su cui investire. Sottolineo da ultimo, che sarebbe il primo consiglio da cui discende il resto, che tutto questo può accadere mantenendosi congruenti e seguendo la supervisione che rimane lo strumento più potente per noi.


D. Se dovessi concludere con una frase sul tuo percorso di counseling e i risultati ottenuti finora che cosa diresti?

R. Il percorso mi ha svelato un buon amico, me stesso, chi sono e come funziono all’interno della mia mappa, in territori sconfinati, con strumenti sempre in trasformazione e potenti. La strada del percorso è solo iniziata passando da conquista a conquista, dalla consapevolezza del fare a quella dell’essere! Il più bel compimento è essere me stesso ed aver riconosciuto di avere un compito: essere una persona libera e consapevole e da qui l’orizzonte aperto e focalizzato da cui aiutare ciascuno a scoprire il proprio compito per un mondo in equilibrio.

Concludo ringraziando la scuola e i docenti tutti, ed un grazie in particolare a Cristina Speggiorin, che ci crede, che crede nella Persona e che con passione aiuta a far sì che per ciascuno ci siano i tempi, gli spazi e le occasioni di crescita mai scontata. Un grazie agli strumenti potenti e alla disponibilità di tirocini di qualità e soprattutto in cui non siamo mai da soli. Grazie perché i viaggi in solitaria servono, ma quelli in compagnia generano un popolo nuovo.

187 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti