La sindrome della capanna o della tana: e chi ha più voglia di uscire?

Aggiornato il: giu 18

E dopo il lockdown è arrivato il momento della fatidica Fase 2: abbiamo riacquistato un minimo di libertà! Ma tutti siamo pronti a tornare alle vecchie routine? Nessuno di voi ha qualche remora o addirittura paura? Non ci crederete...ma per qualcuno è maturata la sindrome della capanna.

Il Coronavirus e l'emergenza sanitaria che ha scatenato ci ha costretto in casa per circa 2 mesi. Più di sessanta giorni in cui ognuno di noi si è lamentato almeno una volta della libertà violata, ha avuto paura per se stesso o per i suoi cari, ha rimpianto gli aperitivi e la vita sociale, la cosiddetta movida o le gite fuori porta.

Bene, a partire dal 18 maggio, e per alcune Regioni due settimane prima, si è tornati tutti un po' più liberi. Ci si può muovere di più, le strade non sono più così (ahimé) silenziose e i marciapiedi non sono più deserti. Si può uscire, vedere congiunti e amici e riprendere in mano piano piano la vita di prima.

Eppure...non è così per tutti. Sapevate che si può soffrire della sindrome della capanna? Detta anche cabin fever in inglese, è quella paura che ci può assalire nell'uscire di casa. Stupiti? A pensarci bene non è così strano. Vediamo insieme perché.

1. E' vero: siamo stati catapultati in una nuova realtà. Confinati in casa, con diverse misure di igiene per tutelare la nostra sicurezza e per evitare il contagio, ci siamo dovuti abituare in fretta a nuovi modi di lavorare e di comunicare con gli altri. Passato lo choc iniziale (c'è sempre no all'inizio di un cambiamento) ci siamo a poco poco abituati. E tutto sommato vivere chiusi in casa ha un suo perché e dei suoi vantaggi. Se sprofondo sul divano senza voglia di fare o semplicemente per riposarmi e tirare un po' i remi in barca...che male c'è? Del resto "non c'è molto altro da fare, no?".

2. Il distanziamento sociale e la reclusione in casa ci hanno un po' sollevato dalla responsabilità di sorridere, di dover parlare anche al vicino di casa, sì quello scorbutico che ci sta proprio antipatico...

3. Dopo aver lottato con nuovi ritmi, nuovi orari e nuove modalità di lavoro, abbiamo capito che tutto sommato si può fare e...insomma...evitare di andare in ufficio tutti i giorni, è un bel risparmio di tempo

4. Se il Coronavirus non ha colpito noi né nessuno dei nostri cari, rimanere in casa ci ha fatto apprezzare il significato di "luogo sicuro". L'esterno è dove ci si ammala, casa è dove si sta bene

5. Abbiamo riscoperto vecchie abitudini come lo stare insieme, fare il pane (mestiere antico), guardare un film, fare quattro chiacchere con calma.

Questi gli aspetti quasi positivi del lockdown: un po' di de-responsabilizzazione, sicurezza, il ritrovare cose semplici...perché lasciarle? C'è però, come in tutte le cose, anche un rovescio della medaglia:

1. Se esco mi ammalo. Io rispetto le regole...ma gli altri?

2. Gli psicologi e gli studiosi del comportamento umano sostengono che per rendersi attuato un cambiamento necessita di almeno 60-90 giorni...giusto il tempo del lockdown. Praticamente stiamo appena entrando in una zona di comfort che subito ci viene chiesto di uscirne...faticoso no? Ecco allora che la sindrome della capanna si può impadronire di noi. Attenzione: è una reazione del tutto normale, non è un disturbo psicologico (sempre che il tutto non si complichi ovviamente).

Come riconoscerla?

Uno dei sintomi più comuni è la letargia. È tipico di questa condizione sentirsi stanchi, con braccia e gambe intorpidite, necessità di lunghi pisolini e difficoltà ad alzarsi al mattino.

Possiamo poi sentirci demotivati o provare un quadro emotivo specifico: tristezza, paura, angoscia, frustrazione.

E poi c'è la paura di uscire, che spesso viene camuffata dietro mille scuse.

Come fare?

Concediamoci del tempo: le sensazioni provate sono comprensibili. E stabiliamo delle routine diverse e dei programmi diversi. Piccole uscite che si dilatano sempre più nel tempo, nutriamo il corpo con cibo sano e magari stiamo un po' al sole approfittando della bella stagione: la vitamina D aiuta anche l'umore.


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