Nessuno mi può giudicare...soprattutto tu, counselor!

Il counselor, oltre ad avere determinate competenze acquisite nel suo percorso di studi, per diventare un ottimo professionista deve maturare delle caratteristiche personali da affinare, osservare e analizzare nei momenti di supervisione. Dopo aver parlato dell'empatia (l'articolo lo potete trovare qui), oggi affrontiamo la sospensione del giudizio.


Una delle prime cose di cui sentirete parlare a proposito di counseling, è la “sospensione del giudizio". Un concetto tanto caro a Carl Rogers, ma che può anche spaventare.

Anche il primo modulo della nostra Scuola di Counseling affronta da subito il lavoro sul pre-giudizio e gli stereotipi.

Ma allora? Se diventiamo counselor dobbiamo smettere di giudicare? Di avere delle opinioni? Essere counselor significa accettare tutto e non avere più idee? Sono queste le domande che ognuno di noi prima o poi si fa. Chi rinuncerebbe volentieri e di buon grado alle proprie idee, ai propri valori di cui magari ne va anche tanto orgoglioso? E se non si giudica, su che cosa si basa la relazione interpersonale nel counseling? Molte domande che, per fortuna, hanno anche delle semplici e precise risposte. Vediamo di fare chiarezza.

Il counselor deve esercitare empatia: "sentire" il cliente e quello che prova. Entrare in sintonia con lui per rendere efficace la relazione.

Il passo successivo, la seconda caratteristica da sviluppare, è proprio la sospensione del giudizio. Tutti noi abbiamo pre-giudizi e stereotipi che ci aiutano a catalogare le persone e le cose, a farci un'idea preliminare della persona e della situazione che ci troviamo di fronte. Pre-giudizi e stereotipi sono delle "milestones": ci aiutano ad avere un orientamento e un punto di riferimento per impostare la relazione. Cosa che può essere molto utile in più di un caso. Ci spieghiamo meglio: se ci troviamo in una strada poco illuminata e deserta e vediamo avvicinarsi un uomo che cammina in modo lento e circospetto, con il cappuccio in testa e poco visibile, subito ci allertiamo (il pre-giudizio è: tutti gli uomini che indossano un cappuccio e camminano lentamente e con fare circospetto sono pericolose), ci guardiamo intorno per individuare altre persone o eventuali vie di fuga e stiamo attenti a quello che può succedere intorno a noi. La maggior parte delle volte, grazie al cielo, non succede nulla e l'uomo che incrociamo è solo una persona che cammina per la sua strada esattamente come noi stiamo facendo in senso opposto. In questo caso il pre-giudizio è efficace: ci può aiutare a prevenire un eventuale pericolo. Ma se noi siamo nel nostro studio e riceviamo un cliente adolescente che parla a monosillabi, non ti guarda negli occhi e ogni tanto sbuffa e iniziamo a dirci: "ecco il solito giovane svogliato, maleducato e indisponente" e leggiamo tutta la nostra relazione in base a questo stereotipo...pregiudichiamo il nostro lavoro! Chi ci dice che il giovane non sia semplicemente timido? O abbia solo bisogno di essere messo a proprio agio per aprirsi un po'? O ancora che abbia seriamente una grossa difficoltà a trovare le parole per esprimersi? E così via. Ancora: se incontro un professionista che parla in modo aggraziato e dimostra una sensibilità particolarmente elevata e penso che abbia problemi a identificare la sua sessualità? Cosa potrebbe succedere? Il pregiudizio e lo stereotipo sono estremamente pericolosi. E sapete qual è la vera notizia? Che tutti noi siamo soggetti a questi meccanismi, a queste generalizzazioni (ne abbiamo appena scritta una!)...il punto è che non ne siamo perfettamente consapevoli. A nessuno di noi (un'altra generalizzazione come vedete) può piacere dire "ho dei pregiudizi"... E allora? Il counselor che cosa deve fare? Deve saper mettere da parte le generalizzazioni, gli stereotipi della sua "formazione ed educazione" e deve sospendere il giudizio. Se non riesce a raggiungere la sospensione deve almeno essere consapevole che non lo sta facendo e gestire il proprio atteggiamento. Ho chiesto questo perché? Che cosa sto realmente pensando del mio cliente? Ho le "prove" di quello che sto facendo, pensando, chiedendo? Solo così la relazione d'aiuto nel counseling può diventare accogliente ed accettante. Il cliente cerca uno spazio dove esprimersi liberamente senza temere il giudizio: è già circondato da valutazioni (sue e degli altri) senza aver bisogno di pagare un professionista per farsene dare altre! E come si raggiunge tutto questo? Con un lavoro faticoso, una ricerca profonda dentro di sé alla scoperta dei nostri lati ombra. Un viaggio lungo. Piacevole? Quasi mai. Faticoso? Sempre. Un viaggio che continua anche dopo essere diventati counselor grazie al lavoro in supervisione.

Un viaggio che inizia subito, fin dal primo giorno di iscrizione al Corso Triennale. Ecco perché diventare e essere un counselor non è facile: non basta ascoltare ed essere empatici. E' un lavoro che porta al contatto con le proprie zone d'ombra, con le parti più scomode della nostra persona. Non possiamo gestire quello che non conosciamo. Se devo sospendere il giudizio devo prima riconoscere che sto giudicando. Poi possiamo procedere con delle ipotesi (che celano un giudizio) e supportare il cliente nella sua scelta e nel suo percorso. Ecco perché non è da tutti essere un counselor: tutti noi sappiamo emettere giudizi, valutazioni, consolare e accogliere...ma quanti di noi lo sanno o vogliono fare consapelvomente? Quanti di noi centrano la relazione con l'altro...sull'altro? Ecco, essere counselor significa questo: non emettere sentenze, non guidare il cliente, non dare consigli né offrire consulenze o interpretazioni, ma ascoltare e accompagnare il cliente nelle sue scelte mettendo da parte le nostre opinioni.

Difficile?

Vi lasciamo con una citazione di Swami Prajnanapada, maestro indù con una formazione scientifica elevata (era laureato in fisica):

"Giudicare è un’illusione, perché, se dovete giudicare, vi servite della vostra scala di valori. Dietro al giudizio si cela l’idea che siamo tutti identici."
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