"Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio cervello,il cervello degli altri."L. Da Vinci

Aggiornato il: gen 19

Il grande genio di Leonardo ci offre oggi lo spunto per parlare di una capacità fondamentale per il counselor: l'ascolto.


Che cos'è l'ascolto? E quali sono gli agiti di chi ascolta? Sembrano domande molto semplici, in realtà, come tutte le domande semplici, possono nascondere significati e sensi complessi e difficili.

E' ormai chiaro a tutti la prima distinzione: ascoltare non significa sentire. Si possono sentire suoni, rumori, voci e silenzi ma la capacità d'ascolto è qualcosa che va oltre.

Ecco allora che per anni si è cercato di definire le varie tipologie di ascolto: oltre al passivo, il riflessivo, il selettivo e l'attivo.

Su tutti, il più conosciuto oggi è l'ascolto attivo. Ma che cos'è e come si esercita? Ascoltare attivamente significa prestare volontariamente attenzione a quello che l'interlocutore sta cercando di comunicare.

Ma fuor di definizione che cosa si intende? Oltre all'intenzione, sono ovviamente necessarie la non formulazione di un giudizio e l'empatia (sì ancora lei, sempre lei). Ciò non significa semplicemente "mettersi nei panni degli altri". Anche questa definizione è ormai abusata: a volte non è sufficiente se non facciamo seguire l'immedesimazione ad un reale sentire ciò che prova l'altro. Ci capita infatti di sentir dire: "sì mi sono messo nei panni dell'altro e proprio per questo io farei..." Ecco, questa non è immedesimazione: io farei o tu devi fare non è ciò che necessariamente farebbe l'altro, sia che sia una questione di volontà, possibilità o capacità. Ascoltare è realmente cercare di capire ciò che prova l'altro, non indossare i panni dell'altro, ma diventare l'altro e poi, solo poi, rispondere.

Esercizio complesso e difficile senza dubbio. Quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione? Sicuramente la voglia di farlo, l'intenzione unita alla consapevolezza dei nostri stereotipi, dei nostri pregiudizi e della nostra mappa del mondo. Ciò che è giusto per noi non è necessariamente giusto in assoluto o per il nostro interlocutore. Ovviamente dobbiamo evitare le interruzioni, le generalizzazioni e la consolazione. Una persona che ci racconta un suo problema, una sua difficoltà non è interessata a sentirsi dire "ma sì capita a tutti", oppure "dai vedrai che tutto si risolve". Con ogni probabilità, e razionalizzando, lo sa anche l'interlocutore che può capitare a tutti, che c'è qualcuno che sta peggio di lui e che prima o poi la situazione cambierà. Ma in quel momento non sta cercando o chiedendo soluzioni, sta cercando ASCOLTO, ossia comprensione, non giudizio e dialogo...la famosa accettazione incondizionata di cui parla Carl Rogers. Usiamo quindi le parafrasi e le riformulazioni, sostituiamo il "suvvia che poi passa" con "capisco, immagino cosa stai provando" oppure "sì, deve essere difficile tutto ciò"...in modo sentito e sincero. Essere ascoltati è una delle cose che più fa piacere: ci si sente visti e accolti per quello che si è.

A noi piace l'ideogramma cinese della parola ascolto che è composto da diversi elementi:

- Orecchio

- Occhio per "vedere" l'atteggiamento, lo sguardo del "tu", l'alterità che ci sta davanti, che non è lo specchio di me stesso, non è quello che io vorrei l'altro fosse, ma è proprio "un altro“

- Cuore perché parodiando Il piccolo principe si vede (e si sente) bene solo col cuore

- Io

- Tu

Non vi sembra ci sia tutto?

Il counselor impara tutto questo fin dal primo anno della nostra scuola. L'esercizio più difficile? La sospensione del giudizio e l'accettazione incondizionata.

Ma solo così riusciremo a possedere il cervello dell'altro, come dice Leonardo da Vinci e ad ascoltare, attività principale nel counseling.

Solo così si abbatteranno barriere e si apriranno dialoghi.

Non vi resta che provare! E se vi distraete... chiedetevi "che cosa proverei io se fossi il mio interlocutore e mi vedessi distratto e assente"? Semplice, ma funziona!



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