"Tu sola dentro una stanza e tutto il mondo fuori": l'autoesclusione degli hikkikomori

Vi ricordate Alba Chiara di Vasco Rossi? Non siamo diventati rockettari, ma il verso della canzone di Vasco ha richiamato l'attenzione su un fenomeno degli ultimi tempi, legato all'era digitale: gli hikkikomori. Conosciamoli.


Hikkikomori è un termine nipponico che significa "tirare indietro, ritirarsi" e indica una sindrome sociale che va sempre più diffondendosi tra gli adolescenti. Coniato negli anni 90 dallo psichiatra Saito Tamaki, direttore del dipartimento psichiatrico dell’Ospedale Sofukai Sasaki di Chiba, il termine indica il fenomeno di tutte quelle persone che hanno scelto una condizione di autoreclusione permanente al fine di ritirarsi dalla vita sociale. Fenomeno nato in Giappone sta dilagando anche in Italia e colpisce soprattutto giovani tra i 14 e i 25 anni. Nel paese nipponico i più colpiti sono i maschi, mentre in Italia questa distinzione non è così netta.

L'hikkikomori rifiuta di uscire dalla casa dei genitori, isolandosi nella propria stanza per periodi superiori ai sei mesi, con la possibilità che la permanenza in autoreclusione si prolunghi per un numero non breve di anni, in una condizione di stabile dipendenza economica dalla famiglia. Nella propria stanza organizza tutta la propria vita: pranza e cena da un vassoio passato dal genitore attraverso la porta appena socchiusa e si reca in bagno con percorsi che, per tacita intesa familiare, vengono lasciati il più possibile non frequentati. Si interrompe ogni rapporto con il mondo della scuola, dell’università o del lavoro (U.  Mazzone, 2009). Non studia né lavora, non ha amici e a stento parla con i familiari. Il ritmo sonno-veglia è invertito: dorme durante il giorno e vive di notte per evitare qualsiasi confronto con il mondo esterno. La sua casa è la Rete e i social network che abita con profili fittizi. Anche la scuola crea disagio e sofferenza all'hikkikomori. E' proprio negli anni delle superiori che si verifica il "fattore precipitante”, ovvero l’evento chiave che dà il via al graduale allontanamento da amici e familiari. Può essere un episodio di bullismo o un brutto voto a scuola, ad esempio.

E' chiaro che si tratta di soggetti fragili psicologicamente, ma il fenomeno sta assumendo sempre più dimensioni preoccupanti.

Che fare? Innanzitutto non sottovalutare i primi sintomi: il giovane progressivamente trova scuse per non andare a scuola o uscire e si rintana, in piena solitudine, nella propria stanza a giocare con i video-games. Non sottovalutare, ma nemmeno allarmarsi eccessivamente. Cercare sempre il dialogo con il giovane per capire da che cosa nasce la demotivazione. Se le cose non cambiano (brevi periodi di isolamento e solitudine possono essere considerati un passaggio nell'età adolescenziale), non abbiate timore e rivolgetevi ad un professionista. E' necessario infatti intervenire in tempo per scongiurare il lento ma inesorabile ritiro dalla società. Non cadete in alcune trappole: non portategli il cibo in camera perché "così almeno mangia", ma sforzatelo a venire a tavola e a mangiare con la famiglia. In alcune famiglie e società è normale pensare, soprattutto quando il fenomeno riguarda una figlia femmina, che la cosa si assolutamente normale perché "tanto farà la casalinga" e quindi è normale che stia chiusa in casa (sì, anche nel 2019 esiste e persiste ancora questa mentalità); oppure egoisticamente pensare "meglio che stia in casa così so dov'è e non in giro con brutte compagnie". Attenzione! Teniamo gli occhi aperti. E' normale per un giovane "lottare contro" i genitori per allontanarsi da loro; è normale voler stare con i propri amici e voler uscire di casa a tutti i costi! Genitori di figli adolescenti che state leggendo: non state iniziando ad apprezzare le discussioni per andare in discoteca? Meglio una sana negoziazione (anche accesa) che un hikkikomori. Pensateci!



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