Wendy e il Counseling: una coppia pericolosa

Aggiornamento: 2 ott 2021

Chi vi ricorda il nome Wendy? Sì, sì...proprio lei. L'amica di Peter Pan, colei che si prende in carico tutti i bambini che popolano l'Isola che non c'è e che viene trafitta al cuore, letteralmente, dalla gelosia di Campanellino. Oggi la incontriamo, ne studiamo i suoi comportamenti da vicino. Perché? Perché a volte si palesa sotto mentite spoglie anche nel Counseling dando vita ad una accoppiata decisamente pericolosa.

Parlare di un personaggio di un romanzo abbinandolo al Counseling forse vi sembrerà una cosa bizzarra...e magari lo è.

Il nostro intento è quello invece di stimolare una riflessione (e un'autoriflessione) in tutti i counselor in formazione e i professionisti che seguono i nostri post. E siamo sicuri, senza peccare di presunzione, che il tema può interessare anche chi counselor non è.

Wendy Darling è l'amica vicina di casa di Peter Pan: amorevole e gentile, conosce storie fantastiche che ha imparato dalla madre. E' proprio questo il motivo che spinge Peter Pan ad invitarla nell'Isola che non c'è: le sue storie della buona notte possono allietare i Ragazzi Perduti che popolano l'isola. Wendy, ovviamente, accetta l'invito del suo amico e diventa la mamma adottiva di tutti i ragazzi. Matura, disponibile è sempre pronta ad aiutare tutti. Ma questa sua attitudine è sempre utile? No, se si trasforma in qualcosa di esagerato...come tutte le cose eccessive del resto. Il comportamento di Wendy ha dato vita all'identificazione di una vera e propria sindrome: quella della crocerossina.

E che cosa c'entra, vi starete chiedendo, con il Counseling? Non potete immaginare quanto! Senza entrare in nulla di patologico, un eccessivo desiderio di aiutare e di essere utile a tutti può subentrare anche in qualche Counselor...e fare danni immensi.

Cerchiamo di spiegarci meglio.

Il Counseling è una professione della relazione di aiuto. Quando ci si forma nel counseling ci si sofferma molto sullo sviluppo di abilità di ascolto, empatia, disponibilità e accettazione incondizionata. Durante la formazione, e successivamente nell'esercizio della professione, si incontrano clienti in difficoltà, clienti che hanno bisogno di aiuto, che hanno problemi.

Ecco che Wendy può fare capolino in noi e se non la teniamo a bada ci può anche sopraffare...con la sua gentilezza, la sua generosità e il suo senso di responsabilità.

Sì, perché ascoltare una storia, ascoltare un problema, una difficoltà e saper dire "no, non sono il professionista adatto" non è cosa da tutti.

In aula spesso ci si sente dire che fare counseling assomiglia molto all'essere counselor e quindi l'ascolto, l'aiuto, l'accettazione incondizionata fanno parte dei nostri comportamenti abituali anche al di fuori della cornice professionale.

Ma attenzione! Dobbiamo fare molta attenzione e discernere bene ciò che possiamo fare da ciò che non dobbiamo fare e soprattutto capire sempre il VERO significato di AIUTARE. Altrimenti la sindrome di Wendy ci coglie! Ecco quindi alcuni suggerimenti per scongiurare la Wendy che è in noi e metterla a tacere senza tanti sensi di colpa.

  1. Innanzitutto è bene definire le cornici di riferimento. Se è vero che una formazione in counseling può cambiare in modo quasi radicale il nostro approccio alle relazioni (anche quelle personali e non solo professionali) è anche vero che la cornice in cui si pratica il counseling è estremamente importante. Noi siamo Counselor nel momento in cui esercitiamo la nostra professionalità nel giusto setting e nella giusta cornice, appunto. Il vicino che ci ferma per strada e ci racconta i fatti suoi, il professionista che incontriamo in corridoio e che inizia a parlare, l'amico che si sfoga perché sa che sappiamo ascoltare ci sta chiedendo un supporto professionale? O sta semplicemente parlando con noi? Se ci chiede un supporto professionale, il nostro aiuto non può essere dato in modo informale per strada, sull'autobus, in corridoio. Nessun speed counseling, nessun speed date!

  2. Non siamo missionari, non siamo votati al sacrificio, non siamo counselor sempre. Siamo persone. Abbiamo diritto a pause, ad una vita, ai nostri spazi. Quindi se non siamo all'interno della cornice del punto precedente...siamo solo noi. Del resto se avete un amico medico e gli chiedete un parere che cosa vi risponde? Vieni in ambulatorio da me che vediamo. Non ci fa una diagnosi sempre!

  3. Accettazione incondizionata. Concetto iper-stressato nel counseling. Dobbiamo accettare incondizionatamente tutti. Vero. Ma attenzione. Non significa che dobbiamo aiutare tutti e sempre. Accettiamo incondizionatamente il cliente in quanto persona, non accettiamo incondizionatamente il suo caso se non è di nostra competenza.

  4. Il vero aiuto consiste nel dare le giuste risposte. E se la risposta è "mi spiace, ma non ti posso aiutare", "mi spiace, ma non sono il professionista adatto"...STIAMO AIUTANDO!

  5. Non siamo Wendy, la madre di tutti i ragazzi perduti. Se non riusciamo a lasciare andare un cliente che chiede un aiuto che non possiamo dare, corriamo il rischio di trasformare il cliente in un ragazzo perduto, confinandolo nell'Isola che non c'è. Non basta raccontare una storia della buona notte. E soprattutto...non raccontiamoci storie.

E nella vita di tutti i giorni?

Tracciate dei confini (le cornici nella professione), non invadete i campi altrui e non ricoprite ruoli che non vi competono. Se siete madri/padri, fate il genitore ma non sostituitevi ai figli per non farli cadere (le sbucciature servono); se siete al lavoro, eseguite i vostri compiti e assumetevi le responsabilità che competono alla vostra mansione senza farvi fagocitare da un'eccessiva collaborazione. Collaborare significa lavorare con, non fare tutto il lavoro perché stiamo aiutando un collega. Se qualcuno è in difficoltà prestate aiuto se è strettamente necessario e se è in reale difficoltà...non solo perché VOI intravvedete una difficoltà. Non siate in tutti i posti, in tutti i luoghi sempre e comunque: delegate, non potete fare tutto voi.

Non fate di voi un ragazzo perduto!

Attenzione, cura di sé, consapevolezza dei propri limiti professionali e personali: è questo il vero aiuto. Tutto il resto è...Wendy!






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